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Sardegna - Bronzetti

Sardegna Medio-nuragica e Fenicia

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Per convenzione, si dice che la storia di un popolo comincia quando l’uomo, con la scrittura, ci ha tramandato direttamente le sue vicende. Il lungo periodo che precede il primo documento scritto è considerato preistoria.

Accettando per buona tale divisione temporale, si può dire che la storia, in Sardegna, comincia intorno al 1000 a.C. quando nelle coste dell’isola comparvero i primi Fenici portando con sé il proprio alfabeto e la propria cultura, diversa da quella locale esistente, ignara della scrittura.

La venuta dell’uomo stabile nell’isola. 

A quel tempo, la Sardegna, chiamata dai greci Ichnussa e Sandàlia,  per la sua forma a sandalo, pur essendo una delle terre più antiche d’Europa, era abitata stabilmente da genti venute per ventura o per proposito da continenti diversi nel neolitico, 5000 anni prima.

Provenienza delle genti sarde. I primi uomini che con le proprie famiglie si erano stanziati in Gallura e nella Sardegna settentrionale provenivano probabilmente dalla penisola italiana e, in particolare, dall’Etruria, oggi Toscana. Quelli che popolarono la zona centro occidentale dell’isola attorno agli stagni di Cabras e di Santa giusta, provenivano, pare,dalla penisola iberica attraverso le Baleari. Quelli che avevano dato vita ad insediamenti nel golfo di Cagliari erano verosimilmente africani.
Più tardi, verso il 2100, ne giunsero anche dall’Anatolia, Turchia, ed alle isole greche dell’Egeo.Perciò, si può dire che in Sardegna, fin dall’inizio, non vi fu un unico popolo ma tanti popoli.

I probabili primi popoli della Sardegna. Però quanti fossero in realtà e come si chiamassero questi popoli non è dato sapere. Fonti del periodo romano ci suggeriscono che forse, anticamente, esistevano i Beronicenses, fra il basso Sulcis e l’Iglesiente; I Giddilitani, gli Euthicani,e gli Uddadhaddar nel Montiferru; i Luguidonensi nel Logudoro; i Bàlari nell’alto al basso Coghinas; i Corsi e i mitici Lestrigoni nella Gallura; gli Iliensi o Iolei nelle montagne di Alà; i Nurritani o Nurrenses nella zona di Orotelli; i Parati, i Sossinati, e gli Aconiti probabilmente tra i monti Albu e Remule; i Cunusitani e Celsitani a Fonni; gli Esaronensi nella valle del Cedrino e, ancora, i Galillensi pensati nell’alto Flumendosa, sotto il Gennargentu.

Si ha notizia, infine, di qualche altro probabile antico popolo sardo, come i Maltamonenses, i Semilitenses e i Moddol, che collochiamo approssimativamente tra i fiumi Cixerri e rio Mannu.

Unità culturale e divisione politica dei sardi preistorici. Col tempo, i primi popoli sardi si erano uniformati culturalmente per lingua e costumi; ma erano rimasti divisi politicamente in tanti staterelli tribali, talvolta confederati, talvolta in guerra fra loro per la contesa di pascoli o di terre fertili. Tranne che per le punte di freccia in ossidiana o in selce, avevano quasi smesso di adoperare la pietra per le proprie armi, e già usavano il bronzo (una lega di rame di stagno) per le spade, le asce, i puntali e gli utensili casalinghi.

Tribù e villaggi preistorici. Le tribù, composta da famiglie (clan) che obbedivano a un capo, vivevano in villaggi fatti di capanne circolari di pietra con tetto in paglia, simili alle attuali  dei pastori.

Nascita della civiltà dei nuraghi. A cominciare da circa il 1500 a.C. i villaggi vennero costruiti ai piedi di una poderosa fortezza a forma tronco-conica (alcune volte rinforzata ed ampliata più tardi con torrioni addossati) chiamata nuraghe.
Essa, come il castello medioevale, serviva alla difesa passiva del villaggio effettuata da civili e da militari insieme.
Molti villaggi nuragici hanno dato vita, in seguito, ad alcuni paesi odierni, forse quelli che hanno per suffisso la parola Nur (=mucchio cavo?) come, ad esempio: NuramunisNurri, Nurachi, Nurallao, Nuragugume; altri sono scomparsi del tutto ed altri ancora sono stati riportati alla luce dagli archeologi, fra cui quelli imponenti di Palmavera (Alghero), S.Antine (Torralba) Santa Cristina (Paulilatino), Nuraghe Losa (Abbasanta), Su Nuraxi (Barumini), Cuccurada (Mogoro), Santa Vittoria (Serri), Genna Maria (Villanovaforru).

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Gli staterelli nuragici. I confini dei territori tribali erano protetti da piccoli nuraghi d’avvistamento del nemico collocati in punti strategici alti. 

Oggi, si contano in Sardegna circa 7000 nuraghi i quali contraddistinguono zone agricole e pastorali non molto dissimili, per vastità e forma, da quelle che saranno, nel medioevo, le curatorìe giudicali.

La religione nuragica. Tutte le tribù, per crescere in popolazione e potenza, adoravano dei e dee che favorivano la fertilità, aiutavano la procreazione e proteggevano la vita in ogni sua espressione: umana ( vedi la dea Madre Mediterranea, il dio Babài, le grandi effigi in pietra di organi genitali femminili e maschili chiamati bètili), animale ( vedi il toro) e naturale (vedi l’acqua sorgiva, la pioggia, i fiumi).
In determinati giorni dell’anno le tribù, in pace o in tregua, si radunavano in comuni luoghi di culto, specialmente con pozzo sacro, per pregare, intessere rapporti, scambiarsi prodotti in mancanza di monetazione, e di informazioni orali dal momento che non conoscevano la scrittura.
Sono noti almeno una ventina di questi templi (molte volte recuperati al culto cristiano come, ad esempio, la combessìa di San Salvatore di Sinis presso Cabras, di cui diremo); però, i più belli, sono quelli di Santa Cristina a Paulilatino e di Santa Vittoria a Serri.

I bronzetti votivi nuragici. Spesso, al fine di ingraziarsi le divinità, i Sardi lunatici lasciavano presso i propri templi caratteristiche statuette in bronzo, rappresentanti guerrieri, capi tribù, uomini e donne comuni, animali e cose.
Quindi, i bronzetti -così come si vedono esposti soprattutto nei musei archeologici di Cagliari e di Sassari- sono da paragonare agli ex voto cristiani. Ma, studiandoli attentamente, ci permettono di apprendere come lavoravano, combattevano, vivevano ed operavano questi nostri antichi progenitori.

Le tombe dei giganti. Quando morivano per accidente o giungevano al termine naturale della vita -che, all’inizio del secondo millennio avanti Cristo, era di circa 35 anni- i membri del clan più potenti venivano sepolti in tombe multiple le quali, per avere una forma sacrale a testa di toro vista dall’alto, sono chiamate, impropriamente, tombe dei giganti. Queste metropoli sono lunghe anche più di 24 m, con circa 200 salme, e sono disseminate in tutta l’Isola da Palau (Li Mizzani) a Castiadas (Pranu Camisa) e San Giovanni Suergiu (Creminalana).

Gli uomini del periodo nuragico. I Sardi nuragici erano più alti dei loro malarici successori: le donne misuravano, in media, 1,53 metri e gli uomini 1,65 m. Inoltre, avevano una muscolatura particolarmente robusta. Quelli provenienti dalla penisola iberica, dalla penisola italiana e dall’Africa mediterranea erano uomini “a testa allungata” (dolicocefali), quelli provenienti dall’oriente erano invece “a testa rotonda” (mesocefali).

La comparsa dei Fenici. 

E’ impossibile dire quanti erano esattamente gli abitanti della Sardegna verso l’anno 1000 a.C., quando comparvero dal mare i primi Fenici; forse, non superavano le 100.000 persone (pressappoco un terzo dell’attuale città di Cagliari), con una densità, quindi, inferiore a cinque abitanti per chilometro quadrato su una superficie complessiva di 24.090 km². Perciò, lo spazio a disposizione era molto grande anche se, purtroppo, scarsamente produttivo specie lungo le coste, prevalentemente rocciose. Infatti, tranne qualche campagna attorno a Ossi, Tissi e Muros (oggi in provincia di Sassari), tolta l’ampia valle del Tirso ed il Campidano di Cagliari con alcune terre di Carbonia-S. Giovanni Suergiu, tutto il resto è montuoso, con suoli di terza e quarta classe, poveri e difficilmente coltivabili, adatti più che altro al bosco ed alla vegetazione spontanea. Con tutto ciò -sebbene qualche navicella votiva in bronzo attesti che i sardi sapevano navigare e vivere di pesca esterna- è indubbio che la maggior parte delle nostre genti di allora preferiva abitare all’interno dell’isola, rifuggendo il mare aperto. E si capisce, dunque, come i capi-tribù litoranei dessero facilmente il permesso ad alcune navi fenicie di attraccare a piacere in qualche desolata caletta del proprio vasto territorio.

L’attività commerciale fenicia. D’altronde, i Fenici erano innocui mercanti che giravano il Mediterraneo per vendere (conoscevano la moneta) o barattare con pelli, olio, vino, sale, minerali di piombo stagno e rame, gli splendidi prodotti del proprio artigianato: ceramiche, vetri, gioielli e, soprattutto, stoffe di lino e di lana tinta con la porpora (la preziosa phoinix da cui prendevano il nome), una sostanza rossa indelebile estratto da una conchiglia marina chiamata mùrice. Spesso compravano manufatti da nazioni e popoli vicini -come i babilonesi e gli egiziani-riportavano per il mondo attraversando le colonne d’Ercole (oggi stretto di Gibilterra) fino alle calde terre equatoriali dell’Africa e fino alle fredde regioni della Britannia e dell’Irlanda.

Rotte mercantili fenice nel Mediterraneo. I Fenici partivano dalle loro città-stato (Arvad, Biblo, Berito, Sidone e Tiro), ai piedi della catena del Libano, nel vicino oriente, a bordo di piccole ma resistenti imbarcazioni a remi con chiglia chiamate Golah e Hippos; costeggiavano la Palestina israeliana (che intorno al 1000 era retta dal famoso re Davide), l’Egitto faraonico della dinastia dei Ramessidi (costruttori dei templi giganteschi di Karnak e di Luxor) La Libia dei tranquilli popoli Libous. Arrivati a Capo Blanc, la punta più estrema dell’attuale Tunisia, potevano proseguire verso occidente lungo la Numidia, per attraversare direttamente le Colonne d’Ercole, oppure potevano fare il breve salto del Mediterraneo inferiore per arrivare in Sicilia o in Sardegna da dove raggiungevano la Corsica e, da lì, la Francia e la Spagna meridionale. In genere, una flottiglia mercantile impiegava un anno per il viaggio d’andata ed un anno per quello del ritorno.

Gli scali Fenici nel Mediterraneo. i Fenici remavano e veleggiavano per tutto il giorno a circa due-tre miglia l’ora (uguale a chilometri 3,700-5,550), fermandosi in qualche rara in caso di maltempo o per riposare durante la notte. Conoscevano tutti gli anfratti, i promontori, le insenature delle coste. Col permesso dei capi del luogo scendevano a terra per rifornirsi d’acqua e di derrate fresche o per intavolare scambi di merci con gli indigeni. Nei siti più sicuri lasciavano un gruppo di compagni a continuare negli affari e proseguivano il cammino marittimo.
Sappiamo oggi le più importanti tappe fenice dell’Africa e dell’Europa mediterranea perché molte, col tempo, divennero città famose.

Gli scali Fenici Sardegna. In Sardegna, le stazioni fenice più note furono, nel meridione e ad occidente, quelle poi chiamate: Caralis, Nora, Bithia, Sulci, Tharros, Cornus, Bosa e, forse, Turris sebbene di quest’ultima non si abbiano ancora riscontri archeologici. Ve n’erano tante altre intermedie, e, alcune, pure sulla costa orientale; ma non ebbero sorte tranne, forse, Olbia che certi dicono fondata dai greci.

Dall’emporio alla città. Mentre nell’entroterra dell’isola le tribù prosperavano, si combattevano e si rappacificavano, nei litorali meridionali ed occidentali gli scali Fenici si consolidavano, diventavano empori con capanne e famiglie stabili;poi, villaggi con case, magazzini, luoghi di sepoltura e di culto per le cerimonie cruente al dio supremo Baal; infine, vere proprie cittadine, quando gli abitanti si diedero proprie amministrazioni con ordinamenti simili a quelli delle città-Stato d’origine.

La prima città fenicia della Sardegna pare sia stata Nora, nell’VIII secolo; poi Sulci, Tharros, Caralis, e, solo più tardi, Bosa, e, forse, Turris di minore importanza.

Il concetto di città, come grande centro di vita sociale cresciuto per l’inurbamento, era sconosciuto ai sardi nuragici che preferivano aggregarsi in villaggi.
Contrariamente a quanto si crede, nessuna città antica è giunta fino a noi perché, come vedremo, vennero tutte abbandonate nell’alto medioevo a causa delle incursioni arabe.

Le due Sardegne. Il lento processo di urbanizzazione dei litorali sardi maturò in centinaia d’anni, mentre nell’814 nasceva in Africa Cartagine e, 64 anni più tardi, nel Lazio, sorgeva Roma. Fu avvertito dagli indigeni come pericoloso solo quando ormai era troppo tardi, perché i Fenici di Sardegna dopo 8,10, 20 generazioni si consideravano a buon conto gli isolani a tutti gli effetti, con diritti uguali a quelli degli antichi nativi. Però non si erano integrati, dal momento che le colonie erano rimaste proiettate verso il mare, estranee quasi alla terra che li ospitava (un po’ come succede, oggi, con gli insediamenti turistici dell’Aga Khan in costa Smeralda).

Rispetto al tempo, fu scarso l’influsso dei Fenici sui Sardi nuragici e viceversa, e limitato solo ad alcune zone di contatto. In fondo, era come se quei esistessero due Sardegne, estranee l’una all’altra: una costiera, con civiltà orientale semitica, ed una interna con civiltà nuragica autoctona. La prima, sino a che visse indipendente, non ebbe nulla di sarto; e riportarla alla luce, studiarla ed esporla nei nostri musei è scientificamente valido e universalmente elogiabile, ma insufficiente a far capire il filone evolutivo principale della Sardegna indigena.

L’epoca d’oro della civiltà nuragica.

Secondo gli archeologi, la Sardegna indigena -durante l’epoca fenicia- si esprimeva al meglio in quella che è chiamata la IV fase della civiltà nuragica; oppure: nuragico medio o anche apogeico, che va da 900 a 500 a.C. ed è interno della più generale prima età del ferro dell’Occidente.

Allora i villaggi stavano diventando sempre più borgate, costituite dalle 40 alle 200 capanne in ognuna delle quali -si calcola-abitassero in media quattro persone per una popolazione oscillante fra le 100 e le 1000 persone per villaggio.come borghi medievali ai piedi del castello, essi sorgevano attorno a nuraghi sempre più complessi, con varie aggiunte e corpi sussidiari laterali e frontali. Le armi e gli oggetti in bronzo si erano perfezionati nella qualità e nelle forme più evolute e irriconoscibili. Pure la ceramica era diventata più raffinata nelle decorazioni. In una zona di contatto con la civiltà fenicia, nel Sinis di Cabras, a ridosso di Tharros essi scolpivano nel secolo VI grandi statue celebrative di insigni guerrieri che fanno pensare ad uno sviluppo della civiltà nuragica verso modi rappresentativi più spettacolari.

L’organizzazione politica dei sardi nuragici. Comunque, l’aspetto più interessante della civiltà nuragica non è la cultura materiale (da non confrontarsi con quella più raffinata dei Fenici, quanto con quella con simile dei popoli italici e ispanici) ma all’organizzazione politica alla quale, a detta del professor , lo studioso più illustre del periodo nuragico, era incentrata sul Parlamento del villaggio: un’assemblea composta da una trentina di notabili presieduta da un monarca che discuteva sulle principali questioni riguardanti la tribù o le tribù, se erano confederate.

Nel vasto ambiente, all’occorrenza, veniva amministrata anche la giustizia.

Questo sistema di governo assembleare non era certo originale ed esclusivo della sola Sardegna; ma è l’unico -ci sembra- che sopravvivendo al tempo e alle dominazioni straniere si ritrova, dopo 2000 anni, nello spirito delle coronas giudicali.

L’espansione militare dei Fenici in Sardegna. 

L’equilibrio tra le due Sardegne e si ruppe nel VII secolo a.C. allorquando le città fenice, divenute città-stato indipendenti, ricche e potenti, sentirono il bisogno di assicurarsi all’intorno il controllo politico di un territorio più vasto, e cominciarono un movimento militare di espansione verso il fertile entroterra a scapito dei Sardi nuragici che dovessero abbandonare villaggi, campi e pascoli: i Fenici di Caralis arrivarono fino a San Sperate, Monastir e Settimo San Pietro; quelli di Sulci arrivarono fino a Monte Sirài, presso l’attuale Carbonia, arroccandosi; quelli di Tharros si annetterono pian piano tutto il Sinis di Cabras e giunsero fino a San Vero Milis e Narbolia.
Sorsero anche nuovi agglomerati urbani: Neapolis, nei pressi di Terralba; Othoca, nel sito di Santa Giusta; Cornus, nelle campagne di Santa Caterina di Pittinuri, pur essi bisognosi di terra all’intorno sebbene in forma più modesta.

L’inizio delle ostilità fra i Nuragici e i Fenici. Non sappiamo bene quali furono le prime tribù a reagire. L’archeologia ci dice che, certamente, si opposero all’invadenza territoriale semitica i Sardi della valle del Flumentepido-Cixerri perchè il  di Monte Sirai (presso Carbonia) – avanzato baluardo difensivo fenicio nel Sulcis – fu più volte attaccato, perso e ripreso.

I Fenici chiedono aiuto a Cartagine. Però le azioni belliche da parte dei Sardi nuragici delle pianure e degli altipiani, in una supposta primèva unità resistenziale, dovettero essere state generali ed estese almeno lungo gran parte della fascia di confine, dal basso Campidano di Cagliari ai Campidani di Simaxis, Cabras e Milis, fino al Màrghine e alla Campèda, dal momento che, intorno al 540 a.C., le città fenice – anche temendo un’alleanza dei Nuragici con i Greci focesi di Alalia in Corsica e di Massalia (Marsiglia) in Francia – chiesero aiuto a Cartagine.

La prima guerra sardo-punica. Chiamata o – come alcuni dicono – intervenuta spontaneamente a salvaguardia degli interessi mitici in Sardegna, nel 540 circa Cartagine inviò nell’isola un suo sperimentato generale soprannominato, dai greci, Malco (= “il Re”), già conquistatore di metà della Sicilia. L’oscura spedizione militare fallì per l’inaspettata tattica di guerriglia dei sardi nuragici di una zona imprecisata, i quali costrinsero Malco a tornare in patria dopo una campagna di sanguinosi, inutili combattimenti.
Sembra che siano state le sue truppe a portare nell’isola, con la zanzara anofele, il triste flagello della malaria, debellato solo di recente nel 1946-50.

Cartagine. Cartagine o Qart-Hadasht (= città nuova), era stata fondata dagli stessi Fenici nell’814 sulla collina di Byrsa, prospiciente il riparato golfo oggi detto di Tunisi. Era subito divenuta una città-Stato autonoma, una repubblica oligarchica tutta protesa verso il Mediterraneo per la realizzazione di un impero. Secondo alcuni, nel 654 possedeva già l’isola di Nizza, nell’arcipelago spagnolo delle Baleari, nel seicento combatteva sul mare senza successo per impedire ai greci focesi di fondare Massalia (Marsiglia) in Francia; nel 550 era nella Sicilia occidentale e sostituiva gli antichi compatrioti Fenici nel governo di Mozia, Palermo e Solunto.

L’esercito cartaginese. I Cartaginesi -detti, dai romani, Punici– avevano eserciti di circa 28-30.000 unità divisi in “corpi” composti prevalentemente da mercenari Numidi del Nord Africa, abili cavalieri, di Balearici armati di fionde e d’arco, di Celti della Francia ed anche di Sanniti e Campani dell’Italia, che costituivano la fanteria di linea con lance e lunghe spade in ferro. comandavano le truppe solo nobili cittadini designati dal parlamento, lo sanhedrin, affiancati da ufficiali superiori sempre cartaginesi di nascita.

Per questa loro organizzazione militare tanto più efficiente delle individualiste bande nuragiche, e per la qualità delle armi di ferro, migliori dei bronzi, i cartaginesi alla fine vinsero in Sardegna, anche se con molta difficoltà e solo parzialmente.

Giovanni Lilliu (Barumini, 13 marzo 1914 – Cagliari, 19 febbraio 2012) è stato un archeologo, pubblicista, paletnologo e politico italiano, generalmente ritenuto il massimo conoscitore della civiltà nuragica.

Archeologo di fama internazionale, è conosciuto soprattutto per aver riportato alla luce la reggia nuragica Su Nuraxi nel suo paese natale, dichiarata nel 1997 patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO.

Wikipedia

Il castrum o castro in italiano (latino: singolare castrum, plurale castra) era l’accampamento o meglio, la fortificazione, nel quale risiedeva in forma stabile o provvisoria un’unità dell’esercito come per esempio una legione.

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