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Porto Torres

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Con l’ampollosità propria di chi usa la lingua di altri, il barone Giuseppe Manno, autore di una monumentale Storia della Sardegna (1840), scriveva:

“Agilulfo, duca di Torino, condotto dalla mano di Teodolinda sul trono dei Longobardi, non contento di tribolare le altre province d’Italia seggette all’Impero, avea ordinato uno sbarco sui litorali della Sardegna (598)… I Sardi, sebbene malconci pel repentino assalto, respinsero dal loro lido quegli aggressori”.

Questa pagina di storia patria è ricordata, oltre che dalle poche parole del Manno, da una lapide del VII secolo conservata nella basilica di Santu Aìni (San Gavino) di Porto Torres. Nè, forse, poteva esser meglio ospitata di qui. Santu Aìni è non solo il primo martire cattolico tutto sardo (fu ucciso sotto l’impero di Massimino il Trace, il 25 ottobre 235 proprio da queste parti); e anche il protagonista del più importante poema epico in lingua sarda: glielo dedicò nel 1582 Zirone (Gerolamo) Araolla che su questo martirio scrisse duemila versi.

Insomma Santu Aìni è il tempio di un eroe nazionale. E’ una costruzione, straordinario esempio di stile romanico-pisano, iniziata nell’XI secolo su un sacello del 400 d.C. e terminata nel XII secolo, quando la basilica venne prolungata e arricchita di un’altra apside. All’interno troveremo una serie di sarcofaghi, uno dei quali strigilato (decorato) con Orfeo, risalente al IV secolo, oltre a capitelli con figure di colombe, clipei e cantari che nel V secolo erano probabilmente appartenuti al sacello di cui si è detto.

Porto Torres è l’antica Turris Libyssonis, l’unica colonia romana che in Sardegna godesse del diritto romano. oggi è conosciuta, fuori dell’isola, come punto di sbarco per chi arriva dal nord dell’Italia e, nell’isola, come sede di una delle avventure industriali più disinvolte. Ed è un peccato che solo questo si conosca, perchè la città è ricca di testimonianze della storia che qui si è svolta. Probabilmente, ma le tracce se ci sono non sono state ancora scoperte, era sede di uno scalo dei fenici; sicuramente era un centro importante per i protosardi e per i nuragici. Testimonianze di questa presenza le troveremo, provenendo da Sassari, a Su Cruzifissu mannu.

Nei pressi della cantoniera di Li Pedriatzi, a tre chilometri da Porto Torres, c’è sulla destra una strada di penetrazione agraria che condurrà a una necropoli diffusa su diversi ettari. Nel calcare si aprono numerose domos de janas a pozzo e a corridoio. Le sepolture di gruppo hanno vani e celle intercomunicanti e ingressi sagomati.

Tornati sulla Carlo Felice (S.S. 131), riprenderemo la strada per Porto Torres. Arrivati al porto, nei pressi della stazione ferroviaria ci imbatteremo nella zona archeologica della città in cui resti importanti, come le terme Maetzke, furono distrutti da chi costruì la strada ferrata.

Sopravvivono i resti del Palazzo di re barbaro, così detto, probabilmente, in ricordo delle persecuzioni contro i cristiani che costarono la vita, fra gli altri, a Santu Aìni. Il “palazzo” è in realtà quanto resta di un grosso complesso termale, la cui costruzione fu probabilmente iniziata nel I secolo, quando Turris Libyssonis divenne colonia romana, e terminata nel III-IV secolo.

In questa zona è visitabile un Antiquarium in cui sono stati raccolti i reperti qui trovati. Oltre alle terme del re barbaro, si possono ancora visitare i resti delle terme “Pallottino” ( a ovest delle prime) di cui sono visibili una vasta sala quadrangolare e i suoi mosaici policromi.

Lungo la strada per Stintino, attraverseremo un ponte romano costruito in epoca imperiale. Alla stessa età risalgono i ruderi di alcune abitazioni, con peristilio in parte pavimentato con marmi e con mosaici. La basilica di Santu Aìni è nella parte opposta della città.

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