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Ottana - su carrasecare

Ottana

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Andando ad Ottana, da ovest, diciamo da Abbasanta, e magari dopo il tramonto, possiamo osservare uno spettacolo di luci: sulla destra la soffice illuminazione lontana dei villaggi sul lago Omodèo e sulla sinistra quella dei paesi posti in fila in Sa Costèra, la mezza costa della catena montuosa del Màrghine.

In mezzo, la cattedrale industriale nel deserto delle campagne: la petrolchimica di Ottana, la quale, tempo fa era illuminata da migliaia di luci, prepotenti, aggressive, abbaglianti, segnali di una civiltà aliena che sta morendo alla grande. Eppure splendido, singolare spettacolo di fantasmagoria di luci in mezzo, anzi dentro, ai pascoli bui e tintinnanti di greggi al pascolo.

Othana fit Othana, antigamente” (Ottana era Ottana, anticamente), dice il primo verso di una canzone, a sua volta antica, che ricorda gli “splendori” di quando lì c’era una città, sede di vescovo e capoluogo della regione. Prima che una terribile peste, o forse la malaria, decimasse la popolazione e riducesse Ottana a un borgo miserrimo. Era ritornata di moda dopo la costruzione (nei primi anni Settanta) della petrolchimica, col suo carico di violenza su territorio, società, economia. Singolarmente, l’ impatto prolungato con l’ industria ha fatto si che si risvegliassero dal letargo s’afuente, sa caratza de boe, sas màscaras, sos mèrdules.

Vedremo tra poco di che si tratta, perchè sono proprio loro motivo di questa nostra visita a Ottana, il giorno di carnevale.

S’afuente è un grosso piatto di rame, di forma concava, spesso sbalzato con ornamenti floreali. Percosso con una chiave metallica al ritmo del ballo ottanese, ne scandisce i passi. L’origine de s’afuente è religiosa (serviva per chiedere l’elemosina nelle chiese, percosso con la chiave dal sacrestano sollecitava i distratti). Ci stupiremmo meno di questa commistione di sacro e di profano, se sapessimo che forse ancora nel secolo scorso nelle chiese sarde si ballava su dillu (a una trentina di chilometri da qui, nella frazione di Zuri, un bassorilievo della chiesa di San Pietro presenta proprio un ballo sardo.

Se non c’è carnevale ottanese senza s’afuente, le vere protagoniste sono le maschere, incredibili sculture antropomorfe e zoomorfe, ottenute o in pero o in olivastro e colorate generalmente con colori vegetali.

Quelle antropomorfe hanno il nome di merdules; grottesche e doloranti, sopracciglia pronunciatissime e colorate, occhi, bocca e naso lungo e pronunziato. Il segno della loro origine antichissima è dato dalla rappresentazione evidente della barba e, a volte, anche i baffi.

Quelle zoomorfe prendono naturalmente il nome dell’animale rappresentato: caratza (maschera) de boe, de ainu (asino), de porcu, e così via. Le bestie vi sono effigiate in maniera stilizzata e con una raffinatezza che fa dimenticare come queste opere siano frutto di un lavoro spontaneo, artigiano. Il carnevale di Ottana è nelle loro mani. Merdules e boes si inseguono, recitando una parte di cui sfugge loro (e non solo a loro) l’arcaico significato. Ma non sfugge a noi l’inquietante fascino dello spettacolo che è anche fatto di balli a suon de s’afuente, accompagnata da altri strumenti della tradizione sarda.

Non dimenticheremo, se arriveremo a Ottana di giorno, di far visita alla bella cattedrale di San Nicola, una chiesa in stile romanico-pisano, costruita fra la prima e la seconda metà del XII secolo, quando “Othana fit Ottana”. Una forse inevitabile, ma certo molto brutta casa del parroco, sorge attaccata alla chiesa. Dentro la cattedrale potremo vedere un bel polittico di autore ignoto, del XIV secolo, raffigurante San Francesco d’Assisi e San Nicola di Bari.

Foto di ©ruiu-michele-irgoli

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