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Macomer - Nuraghe Santa Barbara..

Macomer – dove finì un sogno di libertà

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Almeno in superficie non resta nulla (ma chissà che scavi approfonditi non ci restituiscano qualcosa di importante), eppure su questo altopiano di Macomer, dove sorgeva la punica Macopsisa, i sardi tentarono di riconquistare l’ antica libertà e indipendenza. Persero. E gli effetti arrivarono fino ai nostri giorni.

Il 19 maggio 1478, a Macomer, truppe arrivate dalla catalogna e dalla Sicilia misero fine a centocinquant’anni di rivolte e ribellioni dei sardi contro la dominazione catalano-aragonese.

Nell’altopiano di Macumele (Macomer), tremila sardi, male armati e peggio addestrati, andarono contro le truppe catalano-aragonesi al grido di “Arborea, Arborea, sognando di potere tornare indietro di cento anni, all’epoca in cui la giudichessa Eleonora aveva cominciato una breve era di unificazione nazionale della Sardegna. I tremila, comandati da Artale d’Alagòn, figlio di Leonardo, il capo della vittoria, furono sconfitti e, per la maggior parte, uccisi. Anche Artale morì, in un anno imprecisato dopo il 1494, nella prigione di Xàtiva, presso Valenza.

Inutile, si diceva, cercare tracce di quella storia; la rimozione è totale. E dunque, a Macomer ci andremo per altro e niente di male se ci capiterà di mettere insieme uno straordinario viaggio attraverso il passato con un non meno straordinario viaggio attraverso i formaggi sardi di cui Macomer è la capitale.

Per una parte del nostro itinerario archeologico, potremo da noi stessi avventurarci; per un’ altra sarà meglio chiedere lumi (e una guida, se possibile) alla Pro Loco . Volendo potremo chiedere ai giovani della Pro Loco che ci organizzino, magari alla fine dell’escursione, un pranzo sardo a Sant’Antonio, un monte di 806 metri, non molto distante dalla città. Il pranzo, a seconda del tempo, avverrà o in un bel locale con un enorme caminetto per arrosti o all’ aperto nel bosco.

Andiamo, intanto, per nuraghi o altre antichità. Se saremo da soli, ci converrà prendere, dall’uscita sud di Macomer, la statale 125 per Nùgoro (Nuoro) fino ad arrivare allo svincolo per la superstrada, incontreremo in Nuraghe di Santa Barbara, così detto per una chiesetta che gli sorge vicino.

E’ uno dei monumenti più belli dell’epoca nuragica, per arrivare al quale, tuttavia, bisogna superare alcuni muretti di divisione delle terre (quegli stessi muretti contro cui si era indignato, nel secolo scorso, il più grande poeta macomerese, Mertzeoro Murenu.

Quattro versi appena, dicono:

Tancas serradas a muru fattas a s’afferra afferra; chi su chelu fid in terra l’haiant serradu puru.

terre recintate a muro, col sistema dell’ arraffa arraffa; se il cielo fosse stato in terra, anche quello avrebbero rinchiuso.

Il nuraghe Santa Barbara è composto da una torre centrale e da quattro piccole laterali (due sono molto distrutte) unite da un antemurale quadrato con le mura leggermente concave. Dalla sommità, raggiungibile da una scala interna, si ammira un paesaggio davvero splendido. Non distante dal nuraghe, le domus de jana di Filigosa, interessanti a vedersi per l’indubbio fascino che queste costruzioni nella roccia hanno e trasmettono; in queste tombe sono stati trovati oggetti, risalenti al 2000 avanti Cristo, che sono usati come prototipi per individuare una fase della civiltà prenuragica: quella di Abealzu-Filigosa, appunto.

Ripresa la superstrada, ma questa volta verso il sud, ci dirigeremo a Bòrore. A poca distanza oltre il paese, sulla strada per Dualchi, incontreremo una segnalazione per il nuraghe Imbèrtighe e per le omonime tombe dei giganti. Quella meglio conservata presenta una stele lavorata, altra quattro metri, con l’ingresso alla sepoltura scavato nel monolite. La stele incornicia un incavo semicircolare e uno rettangolare.

Non ci sono qui i bètili che in altre tombe venivano messi a guardia dei defunti.

Li troveremo, invece, ai piedi del monte Sant’Antonio; dopo essere tornati a Macomer prenderemo la strada per Bosa. Troveremo le indicazioni per Sant’Antonio e per Sas perdas marmuradas de Tàmuli sulla sinistra, pochi chilometri dopo la partenza. Una traduzione letterale di perdas marmuradas potrebbe essere “pietre impietrite” ; marmuradu è, infatti, il termine con cui si designa in sardo qualsiasi organismo vivente trasformato in pietra per effetto di una qualche malìa.

Si tratta di sei menhir, tre dei quali evidenti simboli fallici e tre altrettanto evidenti simboli femminili, uomini e donne marmurados. E’ probabile che questi betili preannuncino l’esistenza di grandi tombe dei giganti; la loro funzione è quella di proteggere i morti sepolti in comunità e di perpetuare il mito della fertilità e della salute.

Tutte queste indicazioni, va da sè, serviranno solo se, per una ragione o l’altra, avremo fatto a meno dell’aiuto della Pro Loco o di qualsiasi altra guida locale. In questo caso, sempre che il lungo giro nelle campagne di Macomer non ci abbia già fatto mancare la luce del sole, potremo proseguire per il monte, per una splendida passeggiata nei boschi.

Al ritorno a Macomer, una visita agli spacci del Consorzio Sardegna fra le latterie sociali ci farà stupire, gradevolmente, per la quantità di “cose” che i pastori sardi hanno saputo ricavare dal latte: dalla ricotta secca a su casizolu (formaggio vaccino a forma di pera), dai formaggi pecorini a quelli vaccini a quelli caprini e ciascuno di questi generi con tante squisite variazioni.

 

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