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Guasila - Lumache

Guasila – Andiamo per lumache in Trexenta

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L’ideale sarebbe arrivare a Guasila l’alba che segue una notte piovosa per prendere di sorpresa le lumache della Trexenta, una delle sette meraviglie della cucina campidanese.

Ma ancora meglio sarebbe riuscire a farcele cucinare sul posto, a Guasila. Una lunga tradizione, frutto di sperimentazioni secolari, è riuscita a trasformare questo mollusco in una raffinatezza tale da far dimenticare certi escargots di nostra conoscenza e di ben altra rinomanza. L’umido, le salse piccanti, quante diavolerie non sono state inventate qui per evitare che fosse senza senso il sacrificio di s’arranali, sa barbodda, o sitzigorru.

Andiamoci, dunque, a Guasila. Il paese è nel cuore della Trexenta, nome che è stato variamente interpretato. Trexenta perché, racconta una leggenda, i paesi della regione erano una volta trecento (ma il professor John Day ha, sulla scorta di documenti, censito un massimo di 38 biddas, villaggi, nel 1219); Trexenta perchè un po’ di sciovinismo attribuiva una resa di 300 a 1 sulla terra. Per arrivarci, partiremo imboccando la Carlo Felice (SS 131) da Cagliari e facendo qualche sosta lungo la strada.

Subito dopo il primo svincolo per Muristenis (Monastir), alle pendici del Monte Zara, sono scavate numerose domus de janas a cui la fantasia popolare, non contenta di aver dato il nome di casa delle fate, ha attribuito anche il soprannome di is ogus de su monte, gli occhi del monte. Dopo il secondo svincolo per Monastir troveremo il bivio per Nuràminis, un paese che già nel nome denuncia la sua origine nuragica. Vista la chiesa di San Pietro (conserva parti della costruzione gotico-aragonese del XVI secolo) e il suo bel campanile, proseguiremo per Biddareca (Villagreca), a poche centinaia di metri da Nuràminis. Qui, a circa due chilometri dal villaggio, c’è uno dei reperti più interessanti della civiltà prenuragica, la capanna Sa Corona. Purtroppo restano quasi solo le fondamenta, anche se è probabile che quest’antenato dei nuraghi non fosse, per quanto riguarda la costruzione in pietra, molto più alto: forse il resto della capanna era fatto, così come molti antichi ovili ancora esistenti, di tronchi d’albero e di frasche. La pianta è leggermente ellittica e lo spessore delle mura è di circa due metri, aumentando considerevolmente all’altezza del corridoio che serve da ingresso. I resti trovati durante lo scavo (c’era della ceramica, accette e persino resti di cibo) non solo denunciano che la costruzione serviva da abitazione, ma hanno permesso di sapere che era stata costruita in epoca eneolitica, intorno al 2500 avanti Cristo.

Da Villagreca ritorneremo a Nuràminis, da dove prenderemo la strada che, attraverso Samatzài e Pìmentel, ci porterà a Guasila. Sapremo di essere nei pressi appena vedremo l’imponente mole della chiesa parrocchiale, costruita dal cagliaritano Gaetano Cima verso il 1850 e dedicata all’Assunta. L’affianca un campanile, unico resto della chiesa preesistente. All’interno ci sono pregevoli statue rococò, finemente colorate, di Giuseppe Antonio Lonis, un arista trexentino vissuto nel XVIII secolo. Quanto ai resti delle antiche civiltà, tutto il territorio ne è ricco, ma bisognerà accontentarsi delle poche cose affioranti, visto che le ricerche e gli scavi stentano ad essere produttivi.

Quanto allo scopo ultimo del nostro viaggio, se non ci saremo attardati troppo lungo la strada, saremo arrivati a tempo a tempo per augurarci buon appetito.

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