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Sèdini – l’Elefante e la casa delle Fate

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In qualunque cartoleria di Sardegna, una delle cartoline più ossessivamente presenti è quella dell’Elefante di Sèdini, una roccia alta una dozzina di metri che milioni d’anni di vento si sono divertiti a scolpire dandole, appunto, la forma di un elefante.

Quasi che il dio del vento, allora in carica, avesse voluto riproporre agli antichi abitanti, quasi certamente provenienti dall’Africa mediterranea, un simbolo della loro terra perduta. Vi arriveremo partendo da Tempio Pausania, dopo aver visitato altri due antichissimi monumenti, l’uno più interessante dell’altro.

Il primo è a Pèrfugas, il paese che incontreremo sulla statale 127 dopo una ventina di chilometri.

Si tratta del pozzo sacro di Prèdio Canòpolo (lo troveremo in un giardinetto) evidente resto di un’antichissima presenza nuragica sviluppatasi proprio dove ora sorge Pèrfugas. Dopo, o forse è meglio dire insieme, i pozzi di Santa Cristina a Paulilatino e di Santa Vittoria di Serri, questo è il più bel pozzo nuragico esistente.

Costruito con blocchi di calcare bianco ben levigati e rifiniti, il monumento si apre alla vista con un lungo corridoio avente al centro un’altare sacrificale e ai lati sedili lunghi ciascuno un paio di metri. dal corridoio si accede al pozzo vero e proprio scendendo otto scalini; l’edificio che proteggeva le acque sacre (e protegge oggi acque più profane) è costruito, come i nuraghi, col sistema della falsa cupola o tholos.

Tutto il territorio di questo villaggio è denso di resti archeologici, nuraghi soprattutto, il più interessante dei quali è quello che ha preso il nome dalla vicina chiesa di San Giorgio, una costruzione gotica del XVI secolo.

Prima di lasciare Pèrfugas una visita alla cooperativa dei pastori ci rifocilla con un ottimo pecorino.

  Proseguendo per Sèdini incontreremo dapprima Laerru (la foresta pietrificata dell’Anglona) e quindi Bulzi.

A Sèdini ci fermeremo ad ammirare, meglio da fuori per evitare delusioni, un enorme masso calcareo in mezzo alle case, nel quale protosardi scavarono un complesso di domos de jana. Sufficientemente spaziose per ospitare ancora oggi della gente, durante il medioevo queste antichissime sepolture erano state adibite a prigione.

L’ultima tappa di questo viaggio è dunque la roccia dell’Elefante. Usciti da Sèdini si continuerà verso il nord in direzione di Casteddusaldu (Castelsardo). Dopo 11 chilometri, poco prima del bivio per Valledòria, ci si imbatterà nell’Elefante.

  La definizione che al macigno è stata data non è affatto fantasiosa ed è chiara, per così dire, la volontà del vento di farlo somigliare a un pachiderma.

Il fatto che questa figura sia piuttosto nota non ci esimerà dall’osservarla, ovviamente; ma la prospettiva più insolita è dalla parte opposta, scavata fino all’inverosimile da geniali scalpellini protostorici. Nella splendida roccia sono ricavate domos de janas di piccole dimensioni, tombe la cui apparente scarsa importanza, date le minime proporzioni, era riscattata, agli occhi di popolazioni animiste dalla preziosa collocazione.

Ce n’è, tuttavia, una molto più grande, forse destinata a un re-pastore. All’interno si possono notare i simboli di su trau (il toro) scolpiti nelle pareti, testimonianza di un culto legato alla fecondità maschile.

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