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Alghero-Capo Caccia

Capo Caccia – grifoni e aquile

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In certe giornate di calma, lungo le ripide scarpate di Capo Caccia è possibile vedere volteggiare l’aquila del Bonelli e su gurtùrju (il grifone), un enorme avvoltoio a cui neppure il fatto di nutrirsi di carogne riesce a togliere fascino e bellezza.

Essendo altamente sconsigliabile arrampicarsi o lasciarsi calare lungo le falesie, caccia fotografica e bird watching (l’osservazione degli uccelli) andranno fatte (se è nei nostri interessi) da una barca che faccia il periplo dell’ incantevole promontorio di Capo Caccia. E così non sapremo se rimanere rapiti dall’eleganza rara di questi volatili oppure dall’ incanto delle calette, delle grotte, degli splendidi orridi, delle spiagge.

A Capo Caccia si arriva da L’Alguer (Alghero), lungo la litoranea fino a Fertilia e di qui lungo la statale fino a Santa Maria la Palma, o da Tàtari (Sassari) lungo la 291 fino ala stessa località. Di qui, una strada provinciale ci porterà a Tramariglio, un’antica colonia penale, le cui costruzioni sono state trasformate in villette per turisti: il gusto è certamente molto dubbio, l’effetto meno meno disastroso di altre costruzioni.

Una visita alla baia e al porticciolo ci farà conoscere una torre spagnola, posta a guardia di Porto Conte, il più sicuro approdo naturale di tutta la Sardegna. Di qui, tutto intorno a Capo Caccia, parte una lunga sequenza di calette la cui acqua è così cristallina da poter ammirare spettacoli marini di inaudita bellezza. E poi la grotta verde, la grotta dei ricami, quella dedicata al dio del mare, quella di Nettuno. Tranne questa grotta, tutte le altre ghiottonerie naturalistiche possono essere raggiunte solo in barca.

Alla grotta di Nettuno, invece, si può accedere scendendo i 680 gradini della Escala de Cabirol (la scala del capriolo) ricavata nella roccia della falesia. Per arrivarvi è necessario proseguire da Tramariglio verso il faro di Capo Caccia al quale, tuttavia, non ci si può avvicinare perchè pure qui c’è una delle ennesime zone militari di cui è costellata la Sardegna (un decimo del territorio sardo è gravato di servitù militari).

Dallo spiazzo da cui comincia la discesa per l’ Escala de Cabirol, la vista è stupenda: una distesa senza fine di mare, le scogliere e alle spalle una vegetazione rigogliosa di essenze mediterranee e una popolazione di uccelli marini e di terra come è difficile vedere altrove.

Tornati indietro, troveremo sulla nostra sinistra una stradetta che ci condurrà a Cala Viola o, ancora, sulle rive del lago Baratz. E’ l’unico lago naturale dell’isola, formatesi per l’ accumulo di dune formate dal vento. Qui stazionano, e nella stagione opportuna nidificano, rare specie di uccelli come le gru, i fenicotteri e il pollo sultano. Per arrivare al lago Baratz torneremo in direzione di Santa Maria La Palma; troveremo le indicazioni stradali arrivati in prossimità di una rete di vie di penetrazione agraria. Attraverso un sottobosco densissimo di piante di rosmarino, giungeremo al lago.

Ultima meta di questo itinerario è un’ altra località che non solo offre bellissimi punti di osservazione, ma conserva la testimonianza di un passato industriale importante: l’ Argentiera e il suo capo. Qui vedremo la laveria e le torri dell’ antica miniera di argento che ha dato il nome alla località. Ci risparmieremo la delusione (e la rabbia) del vedere stravolto dal dio turismo (un dio malvagio quando pretende tanti sacrifici) il vecchio paese intorno alla spiaggia bellissima, di color grigio.

E cammineremo, percorrendo sentieri rocciosi a picco sul mare, intorno al capo, cercando di dimenticare quando selvaggio può essere, quando vuole, e crudele nei confronti della natura, una certa specie di uomo.

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