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Bonorva - necropoli di Sant Andrea Priu

Bonorva – nelle case di 4500 anni fa

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Visitando le domus de jana di Santandria Priu  di Bonolva (Bonorva) non si può sfuggire all’attanagliante emozione del trovarsi dentro case costruite 4500 anni or sono.

Chi vorrà, seguendo questi itinerari, visiterà altre domus de jana (letteralmente casa di fata o di strega) e ne vedrà la destinazione voluta dei costruttori: tombe. Naturalmente anche questi di Santandria di Bonorva sono sepolcri; il loro grande fascino sta nel fatto che sono anche un modello in pietra, e a grandezza presumibilmente naturale, dell’interno delle abitazioni di quei tempi lontani. Il tutto è scavato, con pietra più dura o ossidiana, dentro una roccia relativamente molle.

Potremo pernottare nelle vicinanze di Bonolva (Bonorva): a Macomer o a Bosa o a Ozieri, paesi da cui potremo arrivare a Santandria in non più di un’ ora. Per non sbagliare e non perdere tempo arriveremo, quale che sia la nostra provenienza, direttamente a Bonorva; destineremo la tarda mattinata o, perchè no?, il pomeriggio alla conoscenza della capitale del bel parlare in lingua sarda.

Rimanderemo parimenti la visita al villaggio di Rebecu (e alla fonte nuragica Su Lumarzu) che lasceremo sulla nostra destra presa la provinciale per Bono. Incontreremo la strada per Santandria sulla destra poco prima del Km 7. Mancano meno di dieci chilometri alla meta.

Le domus sono nelle vicinanze della chiesetta di Santa Luchia (Santa Lucia) che non ci sarà difficile individuare, visto che è l’ unica. Vedremo subito, sulla cima della parete in cui è scavata la necropoli, una roccia in cui, con un pò di fantasia, si potrebbe riconoscere un toro. Secondo alcuni, si tratterebbe effettivamente di una scultura di epoca prenuragica, ora deformata e smangiata dal vento e dall’acqua.

Quello del toro è un simbolo ricorrente sia nelle tombe prenuragiche sia nei nuraghi e, semmai davvero quattro mila e più anni fa fossero riusciti a scolpire un toro di quelle proporzioni, nessun’altra sistemazione sarebbe stata più adatta di questa. Il grosso masso, di forma spiccatamente regolare, presenta effettivamente le quattro zampe di un possibile quadrupede ed è collocato nel punto dominante, che è anche quello più facilmente accessibile, della necropoli. Tuttavia l’enigma rimane.

Le domus de janas ancora esistenti (alcune sono state distrutte nel crollo di parte della roccia) meritano tutta una visita, compatibilmente col tempo e con la possibilità di accedervi. Ma sicuramente vanno viste quelle che normalmente vengono chiamate sa domo a capanna, sa domo del capo, sa domo a camera, rispettivamente a sinistra, al centro e a destra di chi entra nel recinto.

Alla prima si accedeva un volta con una grande grandinata di cui oggi rimane ben poco. A pianta rettangolare, la grande cella di 14 metri quadri è il modello di una capanna prenuragica. Due pilastri quadrangolari, scolpiti nella roccia, sostengono il tetto a spiovente. Nel soffitto sono scolpite le travi e le tavole convesse che sorregono le frasche di cui era fatto il tetto. A questa camera, nel cui pavimento è scavata una buca rettangolare (1,70 metri per 0,76), si accede ad un grande vestibolo, anch’esso scavato nella roccia, di quasi 8 metri quadri. Se questa appena visitata simula una capanna circolare, come ancora ne esistono nelle campagne sarde: sas pinnetas dei pastori.

Anche qui un ampio vestibolo rettangolare precede la camera questa volta circolare. Le pareti sono dritte per circa 1,60 metri, da quest’altezza parte un tetto a forma di cono accentuatamente appuntito al centro. Sulla camera centrale si aprono due celle irregolari, probabilmente aggiunte in un secondo tempo. Interessanti le piccole fossette, scavate nel pavimento accanto ad una grande buca rettangolare, che forse servivano per depositarci oggetti e cibi che accompagnassero il defunto nel suo lungo viaggio.

La più spettacolare delle domus di Santandria è certamente quella nota come la tomba del capo. Un lungo corridoio porta a una sorta di anticamera semicircolare nel cui diametro si apre una porta sormontata da una trave (non dimentichiamo che il tutto è scavato dentro la roccia). Attraverso la porta si passa a grande camera il cui soffitto è “sorretto” da due pilastri a colonna; a sinistra e a destra si aprono altre cellette (sei in tutto) e sul fondo un’ apertura porta a una seconda grande camera, anch’essa con due colonne ai lati, con una colonna di ben nove celle. In tutto, dunque, diciotto vani dentro la roccia, un lavoro che, probabilmente, è durato almeno un paio di secoli.

Lasciata la necropoli di Santandria, faremo ritorno alla provinciale per Bonorva. Troveremo sulla sinistra il bivio per Rebecu, grazioso villaggio nei cui pressi sorge la fonte nuragica Su Lumarzu (è opportuno chiedere in paese come arrivarci). La costruzione è di una tale semplicità e armonicità da lasciare stupiti. Un lungo corridoio, lastricato e fiancheggiato da sedili sormontati da due grosse mura, dà sull’ abside a cupola (costruita col sistema dei nuraghi) che circonda la fonte vera e propria.

Tutto qui, ma quanta suggestione. A Rebecu potremo pranzare, gustando la cucina sarda, tanto per restare in tema.

Bonorva, come si è accennato, è considerata la capitale della lingua sarda (della sua variante logudoresa, per essere più precisi). E’ un paese che vale la pena di visitare, anche se non ha grandi monumenti della storia passata. Gente cordiale e ospitale, begli edifici e strade simpaticamente animate e, di tanto in tanto, botteghe di artigiani in cui si tessono splendidi tappetti e arazzi. Di qualità eccellente è il formaggio prodotto dalla latteria sociale e dai pastori: raggiungibile il primo, bisognoso di un’attenta ricerca il secondo.

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