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Arbus e le dune mobili di Pixinas

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Non passeranno molti anni prima che questo itinerario, che da Arbus ci porta a Pixinas di insolito non abbia più nulla e di “curioso” conservi solo il fatto che “qualcuno” abbia accettato di far costruire, su queste splendide spiagge, 1 milione di metri cubi di cemento, una città fantasma, abitata solo 50 giorni l’anno.

Insofferenze a parte, cerchiamo di andare ad Arbus, per poi raggiungere Pixinas, la prima domenica intorno al 3 giugno, quando rivivrà un antico rito pagano dedicato al Sardus Pater di 2500 anni or sono, trasformato e, si fa per dire, modernizzato dal culto di Sant’Antonio.

Per arrivare ad  Arbus è consigliabile imboccare la statale 197 allo svincolo di Seddori (Sanluri) sulla Carlo Felice, sia che si provenga da nord sia che si parta da sud. Una trentina di chilometri, adagiato nella parte superiore di una vallata tra i colli di Conca de mallu e Cucureddu, ecco Arbus. in sardo come il latino, arbu(s) significa bianco; eppure gli studiosi di etimologia sono andati a ripescare radici puniche (har=monte) e burle di anagrammisti (arbus è speculare a subra uguale sopra).

Arbus è di certo antichissimo: tracce di insediamenti nuragici sono sparsi ovunque nel territorio e non lontano dal paese è la città punica di Nabui, diventata Neapolis a opera dei romani. Dovette probabilmente ingrandirsi dopo il 1611, quando i pirati barbareschi sterminarono il villaggio di Serru, facendo fuggire i superstiti appunto verso Arbus e verso Gonnosfanadiga.

Con i suoi 27.000 ettari di territorio, Arbus e uno dei comuni più estesi della Sardegna ed estesissimo è anche il suo sviluppo costiero, circa 47 km, buona parte dei quali, tuttavia, sono soggetti a servitù militare (poligono NATO di Capo Frasca a Nord) e giudiziaria (colonia penale all’aperto di Is Arenas a sud); alla quale, come si è detto, si è aggiunta la servitù immobiliare di 1 milione di metri cubi di cemento.

La storia moderna di Arbus è storia di miniere chiuse. Migliaia di operaie lavoravano nelle miniere di piombo e zinco di Ingurtosu, Montevecchio, che fu la prima miniera sarda a essere riattivata in epoca moderna (verso il 1848), Gennemari (porta del mare), Naracauli, eccetera.

Adesso in queste frazioni è possibile solo un viaggio nella memoria.

Ma l’attrattiva è nel lungo dispiegarsi di spiagge, calette e scogliere. Se non vogliamo servirci dei mezzi privati, da Arbus partono autobus verso quasi tutte le località. Tutte da visitare, soprattutto nella tarda primavera. E però un’attenzione particolare va riservata alla splendida spiaggia di Pixinas, dove sfocia l’omonimo torrente: una zona considerata un’oasi intatta dal punto di vista ambientale, col suo contorno di dune mobili, presenti anche più a Nord nella spiaggia di Pistis (ribattezzata, chissà per quale oscura ragione, Torre dei Corsari da una società immobiliare che vi ha costruito alcune centinaia di ville e appartamenti).

E attenzione merita Gùturu de flùmini (sulla carta troverete scritto Marina di Arbus), la cui spiaggia dà su un mare dalle tonalità di una bellezza struggente, naturalmente, esclusivissimo.

Disponendo di tempo, alla visita alle bellezze marine potremo sortire un viaggio nella natura dei monti intorno al paese, sul Monte Arcuentu, per esempio, da cui, benché di modestissima altitudine (meno di 800 m, 785 per l’esattezza) e dopo aver percorso il sentiero che in quattro ore circa ci porterà alla vetta, si godrà un panorama ineguagliabile sul mare e sul Campidano; se troveremo una giornata particolarmente limpida, lo sguardo potrà spaziare anche sino a Oristano e a Cagliari. Poco sotto la cima avremo la possibilità di vedere ciò che resta di una cisterna in roccia con tracce in muratura.

Con pazienza e attenzione, ci potremmo anche imbattere nel cervo sardo. Avremo poi modo di partecipare alla sagra di Sant’Antonio di Santadi. Secondo uno studio inedito della Pro Loco, le radici della sagra si ritrovano in manifestazioni pagane di oltre due millenni fa. Dove adesso gli aerei della Nato scaricano bombe e pallottole di vario calibro ogni giorno e ogni 20 minuti, pare ci sia, nascosto sotto terra, un tempio dove veniva venerato Babài, il Sardus Pater. Intorno al tempio dovevano svolgersi feste legate ai tempi dell’agricoltura e particolarmente ai tempi del grano, largamente prodotto in questa zona. Su pranu de Santadi (il villaggio al confine col poligono della Nato dove si svolge ancor oggi la festa) era, fino a pochi decenni fa, una fonte d’approvvigionamento di grano. Ed è proprio il grano il protagonista “laico” della sagra. Il nome del santo è probabilmente legato a qualche invocazione degli abitanti durante le scorrerie barbaresche.

Il sabato precedente la festa, un pregevole simulacro in legno viene caricato di mattina presto su un carro a buoi di foggia particolare e, dopo una prima fermata a Guspini, giunge, seguito da fedeli oggi motorizzati, a Santu Giuanni. Qui, in uno spiazzo circondato da olivastri, ci si fermerà per il pranzo offerto da s’operaiu, il priore della festa. A sera il Santo e il seguito arrivano a Santadi.

La festa prosegue nel pomeriggio della domenica e fino a notte inoltrata. Si riparte il martedì mattino, dopo una sosta su una collina da cui il prete benedice a ricordo di riti pagani la terra e il bestiame, e un lauto pranzo ancora a Santu Giuanni, si fa ritorno ad Arbus. Carichi di grano.

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